29
settembre

GENETICA – EPIGENETICA – TELEGONIA – PSICOBIOLOGIA – NEUROSCIENZE

(vedi  anche  Medicina – Nuova Medicina)


“Verso la fine  del ventesimo secolo la biologia dimostrerà l’importanza  del  pensiero e raggiungerà quel punto critico di immediata accelerazione che la fisica ha raggiunto una generazione fa e che ha dato inizio  all’era  atomica.  Sarà questa rivoluzione biologica quella che darà il colpo di grazia alla mentalità del passato e che porterà la scienza a riconoscere l’aspetto divino dell’uomo e  della  natura.  Alla fine del Ventesimo  secolo la biologia presenterà l’uomo come da secoli lo presenta la Teosofia
(BdB“ La Dimensione  Umana”  – ed. 1971 pag.  121; ed. 1986 -  pag. 91; ed. 2006 pag. 114 )

“Lo scienziato che sperimenta con la Vita sul piano genetico senza una profonda conoscenza delle verità spirituali, è come un bambino che gioca con un ordigno esplosivo”
(BdB – “La Dimensione Umana”  ed. 1971 pag. 92-93; ed. 1986 – pag. 71; ed. 2006 pag.89 )

 

“ …  Soprattutto impara a distinguere la Scienza del cervello dalla Sapienza dell’Anima, la dottrina dell’Occhio da quella del Cuore. Tutta l’ignoranza stessa è ancora preferibile alla Scienza del cervello, quando la Sapienza dell’anima non la illumina e la guida….” (H.P.Blavatsky “La voce del silenzio” – “Casa nel tramonto” ed. 1980 pag. 174)

 

I cinesi dicono che per conoscere una persona bisogna aver conosciuto i due genitori, i quattro nonni e gli otto bisnonni. Ora, in quasi tutto il mondo, quasi nessuno conosce il nome dei suoi bisnonni.

“ … L’H.G.P. (Human Genome Project) ha lo scopo di scoprire il segreto della vita, ed è un progetto così ambizioso che non si riesce neppure ad immaginare il tempo che ci vorrà per  codificare tutte le sequenze del DNA umano. Ogni individuo eredita due serie di DNA, una per ogni genitore, cioè tre miliardi di unità di nucloidi. In ogni DNA ci sono quattro tipi di nucloidi, simboleggiati dalle lettera A.G.C e T. e perciò ogni serie di DNA di un individuo si deve scrivere con tremila milioni di lettere, cioè l’equivalente di dieci copie dell’Enciclopedia Treccani.
Questo progetto fu iniziato nel 1970 dal professor Gilvert, dell’Università di Harvard e dal professor Fred Sanger, dell’Università di Cambridge, allorchè fu trovato un metodo rapido per analizzare le sequenze del DNA. Il genoma, l’insieme unitario di tutti i cromosomi qualitativamente differenti presenti in ogni cellula, rappresenta la serie completa del DNA individuale e gli scienziati sperano di avere un primo risultato verso il 2005, se le nazioni sostengono la spesa di questo incredibile progetto.  Ora gli Stati Uniti spendono duecento milioni di dollari all’anno e la Gran Bretagna undici milioni di sterline.

Scoperto il segreto dei geni sarà possibile curare le malattie, ma c’è anche il pericolo che gli scienziati possano intervenire sul bagaglio genetico individuale per scopi di potere o di ricerca.

Speriamo che per il 2005 l’umanità sia maturata a tal punto da usare solo positivamente i risultati di questo straordinario progetto.
Mentre si sta cercando il futuro genetico dell’umanità, lo scienziato giapponese Masuo Aizawa sta manipolando le cellule umane per costruire una “cellula artificiale”. Questo biochimico dell’Istituto di Tecnologia di Tokio, vuole sposare la neurologia umana con l’elettronica.  Egli ha scoperto che un neurone è più grande di un transistor e analizza tanti segnali quanti ne analizza un intero computer e sta cercando quindi di costruire un “biocomputer”.

Questi sono esperimenti da fantascienza con finalità un po’ dubbie; l’uomo sta cercando di sostituirsi al Creatore, di porsi al posto di Dio e creare una vita artificiale da poter dominare, proprio in questo tempo in cui si attende la venuta di Soshian, del Maitreya e dell’anticristo.

Nel 1913 il bramino teosofo dottor Srinivasa Murti, medico della signora Besant e direttore della biblioteca di Adyar, aveva predetto che gli scienziati materialisti si sarebbero tanto inorgogliti per le grandi conoscenze e scoperte future che avrebbero tentato di imitare Dio ignorando i limiti morali e spirituali dell’umanità ed i loro esperimenti avrebbero portato molto male
(vedasi come è sorto l’AIDS, l’avvelenamento dell’aria. ecc.) …

…. Nei templi e nei monasteri tibetani abbiamo visto molte immagini del dio dello yoga tantra, Heruka Chakrasamyara,  ma le guide turistiche ed i monaci non vi si soffermavano o addirittura eludevano le nostre domande.  Lo yoga tantra, la quarta e suprema divisione della pratica del tantrismo, che consiste nello stadio generativo, è la sola che può portare all’illuminazione in una sola vita. Le statue e le pitture rappresentano il dio Heruka in un amplesso sessuale con la sua parte femminile. Questa rappresentazione può disturbare la mentalità sessuofobica di noi occidentali e perciò i tibetani hanno adottato la stessa nostra mentalità.  E’ ciò  che è successo anche in Cina, paese in cui le pratiche omosessuali erano una regola nei tempi antichi e che ora, per aver adottato la mentalità dei missionari e della cultura occidentale, non sono più riconosciute. Su questo tema è stato pubblicato recentemente il libro di  Bret Hinsch, dell’università di Harvard, dal titolo “Passions of the Cut Sleeve – The Male Homosexual Tradition in China”.  Con la diffusione del consumisno e di una mentalità stereotipata, l’umanità non è diventata più libera e saggia, perché un nuovo tipo di oscurantismo la sta rendendo sempre più schiava. Il Nuovo Piano di Coscienza formerà individui liberi e saggi che vivranno con più buon senso ed a contatto continuo con la supercoscienza” .
(BdB – Rivista Età dell’Acquario n. 78/1993 – “il nostro futuro genetico e il Tibet”   pag. 3-4- 13)

 

“Cercando la propria origine l’uomo ha riconosciuto il concetto dell’evoluzione organica, un concetto che rappresenta una delle più grandi conquiste intellettuali perché spinge l’uomo a sempre meglio conoscersi  e a scoprire tutta la complessità del suo essere.  Il concetto dell’evoluzione è però giusto solo in rapporto alla mentalità del nostro tempo, ma sarà profondamente modificato quando l’uomo avrà raggiunto la dimensione spirituale.

Ci  vorrebbe un’intera biblioteca per elencare tutto ciò che l’uomo ha scoperto finora sulla composizione e il funzionamento del suo organismo, tuttavia tutte queste nozioni non ci hanno ancora portati a capire il “fenomeno umano” perché finora le ricerche sono state generalmente limitate alla materia, senza comprendere che essa è spirito cristallizzato. Solo in questi ultimi anni, con le ricerche sulla psichicità, sono stati riconosciuti alla materia confini molto più ampi; si prevede che per la fine di questo secolo la scienza si sarà avvicinata ancora di più alla mentalità spirituale e potrà così accettare i risultati della ricerca degli spiritualisti e giungere a riconoscere la realtà dello spirito.

Già ora molti scienziati sono costretti dai risultati delle loro ricerche a basarsi (anche se soltanto come mezzo dialettico) sul concetto della Vita espresso da H.P. Blavatsky nel   I  volume della Dottrina Segreta: “Noi consideriamo la Vita come forma di esistenza che si manifesta per mezzo di ciò che chiamiamo materia; o per mezzo di ciò che nell’uomo, erroneamente separandoli, chiamiamo Spirito, Anima, Materia (personalità): la materia è il veicolo per la manifestazione dell’Anima su questo piano di esistenza, e l’Anima è il veicolo per la manifestazione dello Spirito su un piano più alto; e questi tre formano una trinità sintetizzata dalla vita che li pervade tutti”.

Ma  finché non sarà fatta una sintesi tra i vari rami della scienza, e non si sarà sottoposta questa sintesi alla luce della spiritualità, il fenomeno umano non potrà essere compreso nella sua finalità e nemmeno nella sua espressione individuale.

Se leggiamo qualche importante opera sui risultati della scienza biologica, come Atlas of Evolution di Sir Gravin de Beer, notiamo che i biologi accettano la “teoria dell’evoluzione” come un’ipotesi che si accorda con i fatti conosciuti, ma riconoscono giustamente che la scienza non è in grado di provarla. La biologia ci dà oggi una visione stupefacente dell’organismo umano quale somma di tutto ciò che vive ed ha vissuto sulla Terra, ma non riesce a giustificare il posto dell’uomo nella natura.

L’analisi biochimica del processo creativo ha fatto luce sul come l’informazione genetica viene trasmessa da una cellula alle cellule figlie e da un organismo alla sua progenie per mezzo delle 4 lettere dell’alfabeto di DNA (acido desossiribonucleico, e cioè A = adenina, C = citosina, G = guanina, T = timina) presenti nel nucleo cellulare. In base alla conoscenza dei processi della tramissione ereditaria dell’informazione genetica, sono state svolte le ricerche sulla proteina “citocromo C” (iniziate da E. Margolisah nel 1961 e riprese dal giapponese T. Yamanaka) che hanno provato anche l’evoluzione molecolare.Una stretta parentela esiste perciò fra le molecole di tutti gli esseri viventi, come se le molecole avessero seguito una evoluzione indipendentemente dall’organismo che hanno formato….

…E’ riconosciuta quindi anche una fratellanza molecolare fra noi e tutto ciò che vive sulla Terra…

Già von Baer nel  1828, e più tardi Haeckel, avevano riconosciuto che tutti gli animali si sviluppano secondo un piano di organizzazione che varia molto poco per le specie morfologicamente più differenti, e che studiando comparativamente gli embrioni coetanei di una lucertola, di un pescecane, di un cane e di un uomo, non si notano differenze. Si scoprì allora che l’embrione di tutti gli animali, durante il suo sviluppo, passa più o meno velocemente, attraverso una serie di cambiamenti che riassumono le forme ancestrali con cui si è evoluta la sua specie. Perciò il microscopico uovo da cui nasce l’uomo, riassume nello sviluppo di poche settimane il risultato di miliardi d’anni di evoluzione, passando dallo stato amebico a quello di verme, di pesce, di anfibio, di rettile, fino a quello di quadrupede con la coda, prima che il feto raggiunga la forma umana e venga partorito. Solo dopo la nascita, e molto lentamente, il bambino svilupperà i suoi caratteri morfologici e mentali tipici dell’Homo sapiens.

Quando lo scienziato scoprì che nell’embrione c’era il ricorso di tutte le evoluzioni passate e il piano costruttivo del nuovo essere, iniziò a studiare la struttura microscopica di tutto ciò che forma un organismo. Con lo studio degli organi omologhi, cioè gli organi che hanno la medesima origine embriologica anche se è diversa la loro funzione nell’adulto, l’uomo ha compreso di essere legato da stretti legami di parentela organica e strutturale con tutti gli animali del creato. Ora sappiamo che tutte le parti che costituiscono l’organismo umano e quello degli animali sono esistite, nel lontano passato, separate. Solo con le mutazioni queste parti sono venute a raggrupparsi in uno stesso organismo, ma mantenendo certi rapporti costanti fra loro, poiché in questa monogenesi, oltre alla leggi della genetica, agiscono le più forti leggi dello spirito che, sia pure in modo diverso, funzionano anche nella vita degli animali, dei vegetali e dei minerali.

Quando circa un miliardo di anni fa, dai protostomi (gli animali in cui la bocca dell’embrione si conserva anche nell’adulto come nei vermi) si evolsero i deuterostomi (gli animali il cui ano è omologo alla bocca dell’embrione, e la bocca è di nuova formazione) la natura ha cominciato a sperimentare separatamente, in tante specie animali, tutti gli organi che avrebbero poi, uniti in un solo organismo, formato gli animali superiori. I primi deutorostomi, i primi animali che svilupparono una nuova bocca, furono i primi invertebrati, i ricci e le stelle di mare. L’uomo ha in questi invertebrati degli stretti parenti strutturali, e questa parentela può essere rilevata osservando il nostro scheletro con un microscopio elettronico: si nota che la sua struttura mircroscopica è simile a quella delle piastre calcaree dei ricci e delle stelle di mare. Anche la struttura delle nostre cellule è simile alla loro.

Queste scoperte, e quelle della localizzazione dei geni nei cromosomi, riempirono di entusiasmo i genetisti all’inizio del XX secolo, e diedero origine a quegli esperimenti di T.H. Morgan e H.J Muller con cui fu possibile provocare delle mutazioni negli organismi, sottoponendo i gameti all’azione dei raggi Rontgen. Furono creati insetti mostruosi, scrofe che partorirono 100 maialini alla  volta, e altri esseri mostruosi che, pur dando ai biologi nuovi dati sulle leggi della genetica e dell’ereditarietà, fecero comprendere loro che era pericoloso alterare artificialmente l’evoluzione degli organismi. I bambini nati incompleti per l’azione del talidomide ne sono un triste esempio. Anche gli esperimenti di incroci fra animali diversi non crea esseri felici. Un esempio è dato dallo zebronkey, un animale nato nello zoo di Manila dall’incrocio tra una zebra e un asino. Appena nato ha dovuto essere tolto dal recinto dei genitori perché questi non volevano saperne dello strano animale, ed è cresciuto solitario e malinconico senza il calore dei membri della sua specie…
Conosciamo oggi quasi tutto delle leggi fisiche che regolano l’ereditarietà  sia dei caratteri morfologici sia di quelli psichici. Tuttavia gli scienziati sono ancora incerti riguardo la telegonia. In tutti i problemi della vita c’è sempre un punto in cui è difficile separare nettamente la materia dallo spirito, e uno di questi punti è rappresentato dalla telegonia o eredità a distanza. Le mamme che vogliono avere un bel figlio, sanno, in quasi tutti i paesi della Terra, che molto dipende dal loro primo amore e da come sanno guardare immagini di bambini belli. La scienza ha per secoli considerato questa credenza come una superstizione.

Lo scrittore greco Eliodoro aveva già illustrato la  TELEGONIA  nel terzo secolo dopo Cristo, nella sua opera “Gli Etiopi”. Eliodoro ha riportato la storia della bambina bianca nata dalla regina Persina di Etiopia. Poiché sia lei che il re erano negri, quella nascita fece scoppiare uno scandalo poiché si pensò che la regina avesse commesso un adulterio. Ma uomini bianchi non erano stati in Etiopia che alcuni anni prima e perciò non si poteva parlare di tradimento. I medici etiopi giunsero alla conclusione che la regina si era innamorata tanto tempo prima di uno straniero bianco, e “un’impregnazione magica” aveva causato, dopo tanti anni, la nascita di una bambina che gli somigliava.
Altri fatti del genere convinsero l’opinione pubblica della verità di questa eredità a distanza, ma furono soprattutto gli esperimenti di Lord Morton, all’inizio dell’800, su alcune giumente e le ricerche del Dr. Henri Lafuente di Algeri a provare la realtà della telegonia.
Il dr. Lafuente, nel 1946, presentò i casi di sei donne che avevano fatto un matrimonio d’amore con uomini sterili. Sottoposte alla fecondazione artificiale esse procrearono figli che assomigliano in modo sorprendente ai mariti, nonostante questi non avessere contribuito alla loro generazione.
La telegonia ci fa comprendere che la teoria dell’ereditarietà è incompleta, poiché finora le leggi mendeliane si sono fermate al fenomeno fisico dell’ereditarietà, mentre anche l’Anima, con la sua enorme forza plasmante, l’Amore, ha poteri maggiori di quelli che hanno i cromosomi dell’ereditarietà…

… Le differenze che caratterizzano ogni uomo, ogni animale, ogni fiore, dipendono da quell’azione dell’anima sul pensiero che è pure responsabile dei fenomeni materiali dell’ereditarietà, dell’autoriproduzione delle forme viventi, e anche del nostro invecchiamento e della nostra morte. Quando si riconosce un’anima a tutte le cose si trova anche la chiave che apre la via a tutta la sapienza.
Questa chiave che apre la porta del regno dello Spirito è:

“Pensare è creare”, la stessa chiave degli occultisti: “Tu sei come pensi nel tuo cuore”
(BdB – “La Dimensione Umana “ –  ed. 1971 pag.  86-96; ed. 1986 – pag. 66-73; ed. 2006 pag. 82-91)
“… I neuroni sono in intimo contatto con le altre cellule nervose mediante i bottoni sinaptici che coprono tutta la superficie esterna del corpo cellulare e che hanno il potere di trasmettere comunicazioni anche a distanza come forse avviene nel fenomeno della telepatia….”.
(BdB –-  “In tema di…”  1675 -  ed. 2000 – pag. 69)

 

“…I Darwinisti non dimostrano un grande affetto fraterno. Ciò prova  la deficienza dei sistemi materialisti e come la Teosofia sia nel giusto. L’identità della nostra origine fisica non fa certamente appello ai nostri sentimenti più elevati e profondi. La materia, privata dell’anima e dello spirito, ossia della divina essenza, non può parlare al cuore umano. Ma l’identità dell’anima e dello spirito, dell’uomo reale e immortale, come la Teosofia ce lo insegna, una volta provata e profondamento radicata nel nostro cuore, ci farà progredire molto sulla via della vera carità e della fraterna buona volontà…Per spiegare l’origine comune dell’uomo occorre spiegare che alla radice della  natura, oggettiva e soggettiva, come in ogni altra cosa dell’universo, visibile e invisibile,  è ,  fu e  sempre sarà, una unica essenza assoluta, da cui tutto proviene ed a cui tutto ritorna…”   (H.P.  Blavatsky – La Chiave alla Teosofia – 1888 – pag. 37)

“Con sorpresa abbiamo dovuto constatare il fatto che il Buddhismo Esoterico era così poco capito da certi Teosofi da indurli a credere che esso sostenesse pienamente il concetto Darwiniano dell’evoluzione e specialmente la teoria della discendenza dell’uomo da un antenato pitecoide.  …
E’ stato ripetutamente affermato che l’evoluzione, com’è stata insegnata dal Manu o da Kapila, costituisce la base degli insegnamenti moderni, ma né l’Occultismo né la Teosofia hanno mai sostenuto le azzardate teorie di questi seguaci di Darwin  – tanto meno quella della discendenza dell’uomo dalla scimmia….
L’uomo appartiene ad un regno distintamente separato da quello animale…”   (H.P. Blavatsky – “La Dottrina Segreta” – 1888 – Vol. I Cosmogenesi – pag. 210-211)

 

“… Non tutti i biologi sono entusiasti dei tentativi di ricreare l’uomo a mezzo di una “ingegneria genetica”.  Le manipolazioni artificiali dei caratteri genetici, secondo il premio Nobel Joshua Lederberg, possono costituire un grave pericolo perché minacciano la cosa più preziosa dell’essere umano, la sua libertà. Generalmente gli specialisti di tutti i rami della scienza non si preoccupano di questi problemi morali, ma essi  esistono e sono l’eco della voce saggia della Natura. Questa, mentre permette che gli scienziati diano l’assalto ai suoi segreti, sveglia nel frattempo la coscienza di quegli individui che possono sviluppare le idee che porteranno l’uomo a conquistare la saggezza. E’ per questo che l’uomo ha già ideato il piano Hallesint per risolvere il problema della giustizia economica, e ha già fissato l’idea di un’unica entità sociale mondiale che faciliterà i rapporti umani e farà cessare le cause di molte ansietà…”
(BdB – “La Dimensione Umana” – ed. 1971 pag.  379-380; ed. 1986 – pag. 279-280; ed. 2006  pag. 342-343)

“… oggi  vi è una spada di Damocle che pende sulla  testa degli uomini:  si tratta degli alimenti transgenetici  (OGM ) i  cui dannosi effetti non possono ancora essere valutati;  le multinazionali che vogliono divenire sempre più ricche e potenti, ne hanno la piena responsabilità e fanno di  tutto per ottenere i loro guadagni  come  se la natura avesse bisogno di essere manipolata  e trasformata quando produce per conto suo ortaggi, frutta e cereali  sani, buoni  e nutrienti per sopperire ai bisogni dell’uomo”.                                      (BdB – Rivista “Età dell’Acquario” n. 119/2000  pag. 6-7 )


“I  genetisti  si sono allarmati recentemente per i terribili effetti che si presume produrranno nell’umanità, nel  lontano futuro, gli esperimenti atomici. Le radiazioni che hanno colpito le ghiandole genitali maschili e femminili provocano alterazioni cromosomiche che causeranno  la nascita di figli disgraziati o mostruosi  fra alcune generazioni.  Gli  scienziati, spinti dalle necessità delle industrie che prosperano sulle guerre e dalla paura dei politici, che richiedono armi sempre più  distruttrici e spaventose, non si sono preoccupati delle conseguenze dei  loro esperimenti, ma l’umanità pagherà per queste alterazioni della natura. Quando nasceranno i mostri non servirà molto cercare di curare questo “male” perché esso sarà allora soltanto un ineluttabile effetto di una lontana e forse anche dimenticata causa, che sarà impossibile annullare. “       (BdB – “La Dimensione Umana” – ed. 1971 pag. 268;  ed. 1986 pag. 199-202; ed. 2006 pag.  245)

 

RICERCHE ATTUALI

(vedi anche  Medicina -  Nuova  Medicina)

Neuroscienziati che studiano  il mistero della mente collettiva ovvero di come il pensiero individuale si sviluppa con il pensiero del gruppo, dichiarano che ora si può tramutare il detto “penso dunque sono”  in “penso dunque siamo” e affermare che pertanto  si viene a creare un ponte tra scienza e filosofia che rivela come i campi di indagine perdano ora i tradizionali confini.

Il ministro dell’economia italiana, nel corso di alcune trasmissioni televisive, ha dichiarato che dalla crisi economica/finanziaria globale si uscirà allorchè  verranno introdotte a livello mondiale le energie rinnovabili e le biotecnologie.

Dalla trasmissione televisiva “Anno Zero” del 6-3-2008: “ da tutte le crisi si esce con una modifica della struttura produttiva….. dalla seconda guerra mondiale si uscì passando dal cavallo al jet; da questa crisi si uscirà con le energie rinnovabili e le biotecnologie. Lo scenario economico cambierà radicalmente…..”

“….la scienza, che per definizione non può essere dogmatica, rischia di diventarlo quando nega il carattere fuzzy sfumato e controverso di molte delle sue conclusioni. Nuove malattie create dalla diagnostica medica, prolungamento artificiale della vita e della morte, potenzialità delle staminali embrionali o adulte, cambiamento climatico, sostanze cancerogene, OGM: su questi e altri temi si fronteggiano modelli interpretativi e temi di pensiero rivali, e i dogmi  servono solo a mascherare l’incertezza   (da “Il sole24 ore” 20-9-2009 pag. 39 “Martha e i suoi nemici”)

 

“… E’ questa un’epoca in cui, affrancati dai bisogni primari da soddisfare, noi, esseri “civilizzati” figli dell’opulento Occidente, siamo chiamati a una riflessione attenta e profonda sulle nostre scelte di vita, sul modo di considerare l’esistenza di ciò che ci circonda: non possiamo più prescindere da una valutazione globale delle nostre azioni e delle loro conseguenze: certamente ognuno ha il diritto di decidere in piena libertà, ma nella consapevolezza che ogni suo gesto espande i propri effetti su tutti gli esseri viventi. La qualità della nostra vita sulla Terra è determinata dalla qualità dei rapporti, più o meno equilibrati ed armonici, che la nostra esperienza esistenziale ci propone con noi stessi, con gli altri esseri umani e con la Natura in ogni sua manifestazione…

Ma le sorti della nostra terra  sono legate a doppio filo anche allo sfruttamento che viene perpetrato nei confronti del regno vegetale: chi inquina il suolo avvelena anche le piante che vi crescono, l’acqua che vi scorre, gli animali (e pure l’uomo) che ne usufruiscono….

Alle problematiche riguardanti il regno vegetale (intrecciato purtroppo con quello animale) appartengono poi i tanto famigerati OGM  -Organismi Geneticamente Manipolati -, che sono organismi artificiali, spesso brevettati e dunque di proprietà privata di una azienda, che si ottengono inserendo nel patrimonio genetico dell’organismo “ospite” pezzi di DNA di organismi diversi, che in natura non potrebbero in alcun modo scambiarsi il materiale ereditario. I sistemi agrari complessi e diversificati sono così oggi a rischio: la dispersione nell’aria del polline, il trasferimento dei transgeni dalle colture geneticamente modificate alle erbe spontanee, l’alterazione dei microorganismi del suolo ecc., possono rappresentare un pericoloso mezzo di dispersione degli OGM e di inquinamento genetico. Incognite che investono anche l’uomo in quanto fruitore “finale” di questi prodotti. Come senz’altro saprete tale problema porta con sé un’infinità di dubbi e suscita domande cui è difficile trovare una risposta. Ciò necessiterebbe di una trattazione a parte, essendo ben diverse le reazioni di un esperimento in laboratorio da quelle del  nostro “mondo reale”, ben più complesso ed interattivo. Il rischio è la perdita della biodiversità, l’uso irrazionale di pesticidi, lo sviluppo di nuove resistenze da parte di piante infestanti e insetti parassiti, il trasferimento di geni ad altre specie, l’apparizione di nuove specie devastanti o di effetti indesiderati sull’ecosistema.

Inoltre i pericoli sanitari a lungo termine sono sconosciuti, perché ancora troppo poco approfonditi. Consideriamo comunque che snaturare l’essenza di un vegetale inserendovi magari parti del DNA di un animale con tutta probabilità finirà per creare problemi molto simili –seppure infinitamente più estesi- di quelli che sono sorti dando da mangiare, ad un animale erbivoro come la mucca, delle proteine animali.

Ma dove trovano spazio, in tutto ciò, l’amore e il rispetto per i solenni ritmi della Natura, per la sua infinita saggezza? Come si può perdere il senso della grandiosità del suo operare, del suo progetto sacro e inviolabile? Come si può essere insensibili al suo spettacolo diuturno, come possiamo aver scordato il suo richiamo ancestrale e vivere in un mondo artificiale che ci ha fatto dimenticare la pietà, dove niente più ci turba o ci emoziona, dove non ci si appassiona più per nulla di importante e degno, per qualche nobile ideale?…    (Patrizia Moschin Calvi – dall’articolo “La compassione verso i regni della Natura” – Rivista Italiana di Teosofia n. 7/2008)

 

“Secondo il quotidiano inglese The Guardian il principale consulente scientifico del governo britannico ha pronto un rapporto in cui sottolinea come il Regno Unito debba adottare la produzione di OGM.  La  “rivoluzione verde” di Johan Beddington passa attraverso l’adozione di OGM. E’ necessario un aumento delle colture che resistono anche in condizioni climatiche sfavorevoli per affrontare un mondo che va incontro a cambiamenti climatici e un forte aumento demografico. “Sono necessarie tecniche e tecnologie provenienti da diverse discipline, come la biotecnologia e l’ingegneria, o settori ancora meno esplorati, come la nanotecnologia” afferma nel documento che verrà presentato alla conferenza degli agricoltori di Oxford. Secondo lo scienziato le nuove tecnologie e i prodotti geneticamente modificati sono il mezzo per raggiungere gli obbiettivi economici, ambientali e sociali del paese; ovvero combattere il cambio climatico ed incrementare la produzione di alimenti di una popolazione mondiale che si prevede raggiungerà 9 miliardi di abitanti nei prossimi 30 anni – un incremento di 3 miliardi di persone rispetto oggi. Ma se in passato, grazie alla fiera opposizione degli ambientalisti, il governo britannico aveva desistito dall’introdurre su larga scala gli ogm (nonostante gli sforzi per condizionare l’opinione pubblica)  e ora, a causa della crisi economica, di alcuni studi della Royal Society e dell’aumentata pressione da parte delle industrie del settore, il programma è ripartito e l’appello di Beddington potrebbe rafforzare le intenzioni del governo.”
(dal sito greenplanet.net – “2/1/2010  -  Gran Bretagna transgenica?)

14 ottobre 2013    -  Il rapporto 2013 dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade And Development) su commercio e ambiente presenta un’analisi delle sfide e delle proposte ritenute più strategiche per la soluzione di problemi complessi e interrelati, quali povertà, fame, iniquità sociale e di genere, nonché cambiamenti climatici e sostenibilità ambientale. E il titolo, “Wake up before it is too late”, suona come un vero e proprio grido d’allarme Più di 60 esperti mondiali sono concordi nel sostenere che lo sviluppo agricolo sia giunto al limite e che sia necessario un cambiamento rapido e significativo degli attuali sistemi di produzione agricola che hanno caratterizzato la cosiddetta “rivoluzione verde”, basata su monocolture fortemente dipendenti dagli input chimici esterni. L’eccessiva specializzazione di poche commodities, lo sviluppo dei biocombustibili e la corsa all’accaparramento delle terre (land grabbing) sta aggravando, inoltre, la crisi ambientale ed agricola, esacerbando le condizioni dei paesi del sud del mondo. Le soglie di contaminazione del suolo e dell’acqua sono già state superate, la biodiversità è a rischio e la crisi è ormai evidente sotto molto aspetti: tra il 2011 e il primo semestre del 2013 i prezzi delle materie prime alimentari sono stati di circa l’80% più alti rispetto a quelli registrati per il periodo 2003-2008; negli ultimi 40 anni l’uso dei fertilizzanti è aumentato di 8 volte, mentre i tassi di crescita della produttività agricola sono diminuiti dal 2% all’1% annuo. Nel documento si ribadisce inoltre che gli OGM (organismi geneticamente modificati) non costituiscono una soluzione tecnologica sostenibile e, di fatto, rendono più difficile l’innovazione dal basso, la conservazione in situ e l’accesso ai semi. Secondo l’UNCTAD, il nuovo paradigma di sviluppo dovrà prevedere l’adozione di sistemi di produzione “rigenerativi” e di tipo olistico, all’interno dei quali l’agricoltore possa diventare, da mero produttore, il manager di un sistema agro-ecologico capace di fornire un insieme di servizi eco- sistemici, in termini di difesa del suolo e della biodiversità, di energia, acqua e benefici culturali e ricreativi. Si tratta di una trasformazione profonda, che riguarderà non solo i paesi in via di sviluppo ma anche quelli industrializzati, e che prevede una migliore comprensione della multifunzionalità dell’agricoltura, del suo ruolo chiave per lo sviluppo rurale, la scarsità delle risorse e le sfide climatiche.

Leggi il rapporto http://unctad.org/en/PublicationsLibrary/ditcted2012d3_en.pdf

(dal sito  Fondazione Diritti Genetici)

 

Il biologo e genetista Giuseppe Sermonti  esprime nei suoi  numerosi libri e saggi tutte le sue riserve nei confronti dell’evoluzionismo darwinista.  Dal suo saggio “L’anima scientifica”: “L’anima scientifica è una discussione sul metodo, su una sorta di dialogo sui massimi sistemi, di cui uno  è l’evoluzionismo e l’altro è la realtà. … Il mondo galleggia nell’eterno, è sospeso all’infinito e lo spostarci nelle sue dimensioni incantate è il più raffinato e prezioso risultato della conoscenza perché significa riceverla per simboli. Ma una scienza che riceve la natura per simboli, che la interpreta attraverso archetipi, ci offre un’immagine delle cose che richiama quella di un’antica ermeneutica, oppure quella di una sacra rappresentazione. Gli scienziati hanno esplorato il mondo per innumerevoli ragioni e ispirazioni, con amore o con odio, con rispetto od arroganza, al servizio della verità o della menzogna. Si può rimproverare a qualcuno di loro di aver accettato l’invito alla tavola del lupo. … Non voglio processare l’umanità o me stesso ma proporre una strada in cui trovo più senso, più saggezza che nelle piste della scienza ufficiale. E non sono certo io il primo a suggerirla. Io non faccio che ricercare un sentiero che piedi sapienti hanno percorso molto prima di me”.

 

“Sono più importanti il gene o l’ambiente nel causare il cancro?
Una risposta netta sarebbe attraente e se la scienza non è in grado di darla può sembrare che non abbiano le idee chiare; o che vi sia in corso una diatriba che non giova all’immagine della scienza e soprattutto è nell’interesse dei potenziali pazienti che vuol poi dire noi tutti. Eppure non è difficile capire che la genetica e l’ambiente sono entrambi importanti. La controversia potrebbe essere rinfocolata da due lavori recentemente pubblicati su “Nature” e “Nature Genetics”. Che ci siano persone ad alto rischio genetico per il cancro del seno si sa da tempo e nel 1995 sono stati identificati due geni chiamati BRCA1 e BRCA2. Ma non in tutte le famiglie con eccesso di tumori del seno si trovano mutazioni di questi geni e da allora si cerca un ipotetico gene “BRCA3”: ebbene si sono trovati ora cinque geni che aumentano, di poco, il rischio di cancro del seno……………………………………..Ma dal punto di vista pratico a che cosa serve conoscere i nomi di qualche gene in più.?…………il BRCA3, se esiste, è molto dubbio e  ancora ci elude. Per il momento è molto dubbio che trovare in una donna una di queste varianti possa arrecarle un beneficio superiore all’ansia che inevitabilmente comporterebbe: ed è temibile che i rispettivi test vengano commercializzati e propugnati come screening su vasta scala. Dobbiamo tornare allora alla questione di partenza. Il cancro del seno insorge a causa di mutazioni del Dna che avvengono a caso: per questo siamo tutti  a rischio. Ad aumentare il rischio di base concorrono fattori genetici e fattori ambientali…………………..non possiamo pretendere che i progressi della genetica superino rischi che da questa non dipendono……….questo nuovo modo di identificare i fattori genetici di rischio verrà esteso ad altri tipi di tumori e con il tempo farci inventare nuove terapie e forse anche nuove misure preventive”.
(Genoma di donna – le ultime sui tumori – di Luigi Zingales da “Il sole24ore” 8-7-2007)

Nell’articolo suindicato nessun accenno dunque  ai fattori emotivi scoperti dal dr. Hamer, dal  biologo-genetista Bruce Lipton ed ora anche dal genetista   Tian Xu citato da “Nature”. Quest’ultima notizia fa quindi ben sperare in una ricerca più “olistica” che tenga conto, oltre che dei fattori genetici e ambientali, anche di quelli psico-emotivi. E’ solo questa la strada che potrà aiutare i ricercatori a  navigare in quel mare genetico senza fine che potrebbe portare l’umanità a credere di essere nata “per caso” così come le malattie.

Comparazione fra le scoperte del dr. R.G. Hamer e quelle del dr.  Bruce Lipton:  “Le cinque leggi biologiche e la nuova biologia americana – Il capovolgimento diagnostico della medicina e la demolizione del programma del genoma umano: due scoperte scientifiche diverse per un traguardo comune”

“Spesso nel percorso delle scoperte scientifiche abbiamo assistito al raggiungimento di risultati similari e complementari ottenuti, quasi contemporaneamente, da scienziati diversi, oltre che per nazionalità, anche per metodo di ricerca.
Se questo ci fornisce da un lato la garanzia della scientificità delle scoperte, in quanto reciprocamente comprovabili, dall’altro ci conferma che quelle scoperte sono storicamente pronte per l’umanità. Kahlil Gibran scrisse che non si può insegnare nulla che non sonnecchi già nell’alba della nostra conoscenza.
In questo senso possiamo dire che, grazie a due scienziati, il dr. R.G. Hamer e il dr. Bruce Lipton, stiamo assistendo al raggiungimento di uno straordinario traguardo comune: la definitiva prova scientifica del coinvolgimento della psiche umana nei processi patologici e nei processi biochimici del corpo umano.
Le conseguenze delle loro ricerche sono sconvolgenti, perchè con le scoperte del dr. Hamer viene ribaltata la diagnostica della medicina, mentre con la nuova biologia americana del dr. B. Lipton viene annullato il determinismo meccanico cellulare.
I risultati raggiunti, l’uno in medicina, il secondo in biologia, si avallano reciprocamente e soprattutto aprono la strada ad uno straordinario percorso di rivalutazione dell’individuo e della sua componente psichica.
Le due scoperte nascono sulle ceneri di un metodo scientifico di ricerca giunto ormai al capolinea.
Ci riferiamo al sistema di indagine riduzionistica sinora adottata da quasi tutti i settori della ricerca.
Possiamo convenire che, con l’Illuminismo e il Rinascimento, l’uomo si sia dato delle nuove linee guida per lo studio della natura e dei fenomeni biochimici. Venne abbandonata ogni connessione di indagine riferita a contenuti interpretativi esoterici e religiosi, adottando invece i criteri della verificabilità e riproducibilità dei fenomeni per la classificazione di leggi certe e quindi ritenute scientifiche. Questa missione, del tutto condivisibile ed encomiabile, trova la sua massina identificazione nella frase pronunciata da Francis Bacon nel 1543:  “L’uomo dovrà dominare la natura”.
Da allora ad oggi la ricerca non ha più arrestato questo sistema di indagine cercando di analizzare sempre più a fondo ogni fenomeno e reperto, avvalendosi di strumentazioni sempre più sofisticate.
Questo sistema di indagine riduzionistica, ribadiamo validissima ed efficiente nello scopo e nel merito, ha trovato però il suo limite e capolinea proprio nel metodo della strumentazione adottata. Infatti sia che si riferisca al primo rudimentale microscopio sia che ci si avvalga dei recenti e modernissimi sistemi (TAC, PET, scintigrafia, microscopi elettronici) questo metodo di indagine non può riguardare ciò che non si vede.    Mentre solo ciò che si vede viene considerato e quindi connesso ad una causa o ad un evento.
Ed è proprio sulla scorta di questo metodo che stiamo assistendo a tutte le ipotesi di connessione tra eventi del corpo umano e strutture del DNA, secondo il programma del genoma umano.
La conseguenza inevitabile è l’attuale concezione del determinismo meccanico della cellula.
E’ un po’ come se considerassimo le cellule del corpo umano del tutto avulse dalla nostra volontà e dal nostro agire, rimanendo noi impotenti ad osservare il loro comportamento.  Per cui, quali vittime predestinate dal destino, quasi per fortuna o sfortuna, non ci resta che attendere e osservare l’evoluzione decisa dalle nostre 53 trilioni di cellule.
Per converso tutto ciò che non trova posto in un vetrino di laboratorio, e quindi in primo luogo la psiche umana, non viene in alcun modo messo in relazione con l’evento organico.

Si comprende quindi perchè lo studio dell’individuo in quanto recettore ed effettore di momenti emozionali e psichici sia stato oggetto di materie scientifiche definite psicologia o psichiatria, staccate dal mondo clinico della medicina o della biologia.

Un riferimento vago ad una connessione tra le differenti discipline lo ritroviamo solo quando sentiamo dire dalla medicina ufficiale che “lo stress” in qualche modo incide sulla nostra  salute, ammettendo velatamente che quella “cellula”, pur nel suo programma predeterminato da una sequenza dei nucleotidi del suo DNA cambia …..in qualcosa!
Credo che mai parola e mai connessione più vaghe siano state dette in un panorama di ricerca scientifica.
Quale persona al giorno d’oggi può dichiararsi non stressata dalla vita moderna?
Non per questo ci si ammala e non basta certo andare a ricercare qualche ultracentenario tra i contadini di qualche paese remoto sulla terra per ricollegare una situazione di longevità al non-stress.
E’ pur vero che sino ad oggi si è cercato, in diversi modi e attraverso vari settori della ricerca, una possibile connessione tra la psiche e l’organo, vedi ad esempio la psicosomatica, la PNL, la Medicina Cinese, la Metamedicina.
Ma nessuno aveva trovato la riproducibilità e la verificabilità propri di una connessione scientifica.“Ma tanto tuonò finchè piovve”.
Il dr. Bruce Lipton, scienziato biologo, ormai di fama internazionale, sta portando avanti in America la divulgazione della sua scoperta. Come tutti gli scienziati che si sono occupati del programma del genoma umano, per cui tutto viene ricondotto alla struttura del DNA, è partito dalla considerazione base del dogma scientifico elaborato dopo la scoperta del DNA da parte di Watson e Crick nel 1953: DNA – gene fisso – RNA – riproduzione del gene nel citoplasma -proteine – sintesi riproduttiva
Secondo questo schema il DNA dunque sarebbe le fonte di ogni segnale da cui si origina il comportamento e la riproduzione della cellula. Questa conclusione è in effetti l’unica consentita da un sistema di indagine che, pur nella sua valenza scientifica presenta il grosso limite, nella ricerca del rapporto causa-effetto, proprio nell’impostazione riduzionistica. Mentre l’attribuzione di un’attività propria del gene del DNA è solo una deduzione della visione di un determinismo meccanico autonomo della cellula.
E’ come se un extraterrestre che volendo sapere la causa dell’incendio delle case sulla terra si limitasse ad osservare chi sta intorno ad una casa che brucia. Dopo aver analizzato a supporto del valore statistico circa 100 incendi ed aver visto sempre la presenza dei pompieri, mentre cambiano proprietari e curiosi, si vedrebbe costretto a sostenere che la causa degli incendi sono appunto i pompieri.
Allo stesso modo sostenere che il 25% dei carcinomi al seno può essere attribuito alla mutazione di due geni autosomici (BRCA1 e BRCA2) non può ritenersi una prova scientifica del tumore al seno. In primo luogo perchè una percentualizzazione di un evento non ci fornisce alcuna prova di riproducibilità scientifica, ma soprattutto perchè, come rileva il dr. Lipton, siamo in effetti di fronte ad una mutazione del gene causata da un altro evento, sinora mai considerato:  il segnale esterno alla cellula.
Le osservazioni del biologo americano nascono da un diversa, ma quanto mai semplice, osservazione del fenomeno biochimico. Una cellula trova ogni fonte di sostentamento e di vita non dal nucleo centrale, ma dalla membrana esterna. Infatti è risaputo che se ad una cellula viene tolto il suo nucleo, essa continua a sopravvivere. Mentre se vogliamo la morte di una cellula dobbiamo operare sulla lisi della doppia membrana fosfolipidica. Inoltre, e soprattutto, il dr. Lipton osserva che proprio sulla membrana esterna di ogni cellula troviamo la PIM (proteine integrali di membrana) veri e propri canali recettori ed effettori per l’entrata e l’uscita di segnali. La sequenza dei nucleotidi di un DNA dunque viene a subire delle varianti e delle modificazioni proprio dai segnali esterni. Questi segnali non si riducono solo a molecole biochimiche, ma comprendono anche tutte quelle immissioni di energia determinate dalle sinapsi dei neuroni, che se vogliamo possiamo ancora ricondurre a reazioni biochimiche, ma che in effetti possiamo più facilmente ricollegare alle emozioni e stati psichici provati dall’individuo. In sostanza la sequenza del processo biochimico del DNA non vede quest’ultimo l’artefice primo dei meccanismi cellulari, ma semplicemente un raccoglitore ed elaboratore di informazioni esterne. Un po’ come l’hardware di un computer che, in base ai dati ricevuti, immagazzina ed elabora i programmi futuri.
Le conseguenze sono di tutta evidenza: il DNA non  è un  “signore” che regola in modo predeterminato, a suo piacimento e a nostra insaputa, il divenire delle nostre cellule, ma è una meravigliosa struttura atta a regolare e mediare i segnali esterni, il tutto in un perfetto coordinamento con la vera centrale del nostro corpo: il cervello. Per capire come questa fenomenologia biochimica si traduca in un processo fisiologico, definito salute o malattia, troviamo la risposta negli studi del Dr. Hamer. Il dr. Hamer, dopo la morte violenta e improvvisa del figlio, non si accontentò di sentirsi dire che a causa dello “stress” subito, una “cellula impazzita” avrebbe deciso di scatenare un tumore al suo testicolo. Dopo continui riscontri nello studio di TAC cerebrali trovò la presenza dei focolai nel cervello che dimostravano la connessione tra evento psichico e organo. Da questa scoperta la sua ricerca ricevette un impulso del tutto nuovo, ma il metodo d’indagine era del tutto diverso rispetto a quello di un esame con un microscopio: occorreva chiedere al paziente cosa gli fosse accaduto. Ci vollero pochi anni per mettere insieme il mosaico, ma dallo studio sinergico dell’embriologia e della filogenesi il dr. Hamer arrivò a dimostrare scientificamente la causa vera (il dr. Lipton direbbe il segnale esterno) che determina un cambiamento cellulare: il collegamento psiche-cervello-organo.   Le scoperte del dr. Hamer confermano quindi la correlazione tra evento-segnale esterno e riflesso organico, ma il vero significato e portata di questa scoperta vanno al di là della semplice osservazione delle cause psichiche. La vera rivoluzione epocale che consegue alle leggi biologiche scoperte dal medico tedesco è la nuova accezione del significato del termine malattia. Da sempre la malattia è stata intesa come un errore della natura, al quale l’uomo-medicina deve porvi rimedio e i rimedi sinora proposti sono stati infiniti, ma tutti e comunque impostati sul principio suddetto del “brutto male”. Inoltre ogni sintomo del male, che sia proliferazione o riduzione cellulare, dolore o gonfiore, febbre o infiammazione viene trattato come “sbaglio” della cellula e allora l’obbiettivo sinora ricercato non può che essere unico: eliminare il sintomo. Dalla nuova accezione del rapporto causa-effetto scoperta e convalidata dalle ricerche citate ne consegue il nuovo modo di intendere il termine malattia: un Programma Speciale Biologico Sensato.              Per un’esposizione migliore del concetto rimandiamo il lettore più esigente ai testi di Hamer.

Il Programma Speciale viene attivato da un evento shock, che ci coglie impreparati, acuto, drammatico e vissuto con un senso di isolamento. Questo momento è stato definito dal dr. Hamer DHS (Sindrome di Dirk Hamer) che ci porta immediatamente in uno stato di simpaticotonia, per lo più asintomatico, ma caratterizzato da una fase fredda: mani e piedi freddi, con difficoltà di dormire la notte. Dopo la soluzione del conflitto psichico si manifesta la fase successiva, proporzionale per intensità e durata alla precedente, e definita vagotonica, con evidenti sintomi di dolori, gonfiori e febbre. Questa seconda fase è intervallata da un momento di ritorno alla fase di simpaticotonia, determinata da una necessità di riequilibrio del corpo umano, prima di attuare la fase ultima di vagotonia e riportarci in carreggiata.

Si resta attoniti quando l’applicazione di queste scoperte diventa oggetto di continue verifiche le cui conclusioni portano il ricercatore a riconoscere la loro validità dimostrando ed avvalorando così il termine di Leggi Biologiche. La storia ci insegna che le rivoluzioni non passano indolori ma alla fine il tempo e la forza degli uomini liberi hanno sempre avuto ragione.”
(Claudio Trupiano -  Rivista scientifica Psiche-Cervello-Organi n. 1/2006)

 

Il suindicato articolo di  Luigi  Zingales  evidenzia che, per ora, si pensa che  “il cancro del   seno sia dovuto a mutazioni del DNA che avvengono per caso”.  Le scoperte del dr. Hamer invece rilevano che il tumore del seno è quasi sempre dovuto ad un trauma psichico.
Nel caso di tumore della ghiandola mammaria si tratta generalmente di un conflitto madre/figli, verso  partner, verso il “nido”.
Essendo la ghiandola mammaria legata al foglietto embrionale del mesoderma antico il tumore prolifera in conflitto psichico attivo e, cessato il conflitto psichico, si arresta la proliferazione  e viene ridotto dai micobatteri o si incista.  L’immaginazione scatenata dal conflitto psichico dà ordine al cervello di attivare la ghiandola mammaria per produrre più latte utile a salvare la vita delle persone che si avvertono in pericolo. Nel caso invece di carcinoma duttale, ovvero carcinoma dei dotti galattofori (dei dotti dove passa il latte) durante il conflitto psichico attivo i dotti si ulcerano e riparano dopo la cessazione del conflitto.
In questo caso i noduli si trovano solo nella fase di riparazione. Si tratta generalmente di conflitti di separazione dal partner, dai figli, genitori, parenti o persone vicine.  L’ulcerazione dei dotti si produce allorchè l’immaginazione scatenata dal trauma psichico ordina al cervello di ulcerarli   per lasciar scorrere quel latte che non serve più ad alimentare quel partner, quel figlio,quella persona a cui si è legati (si sono riscontrati casi in cui il conflitto psichico è stato scatenato dalla morte di un animale a cui la persona era molto legata). Il cervello non distingue tra realtà e immaginazione. Nelle persone, a differenza degli animali, quasi tutti questi traumi sono dovuti a fatti immaginativi, ovvero virtuali.

Le terapie possono essere infinite  ma  se si attua una corretta diagnostica la  medesima diventa già di per sé  parte importante dell’atto terapeutico.

 

“Ogni cellula del nostro corpo può essere paragonata a un essere intelligente, dotato di intenzionalità e scopo, in grado di sopravvivere autonomamente, il cui vero “cervello” è costituito dalla membrana.  Questa scoperta porta a una conclusione sbalorditiva:  i geni non controllano la nostra biologia, è invece l’ambiente a influenzare il comportamento delle cellule.  Questo porta a nuove, importanti conseguenze per quanto riguarda il benessere, la felicità e la natura delle malattie come il cancro e la schizofrenia” . Bruce Lipton Pd.D. è un’autorità mondiale per quanto concerne i legami tra scienza e comportamento. Biologo cellulare presso la facoltà di Medicina dell’Università del Wisconsin e si è dedicato in seguito a ricerche pionieristiche alla School of Medicine della Stanford University. E’ stato ospite di decine di programmi radiotelevisivi ed è un conferenziere di primo piano. Le sue rivoluzionarie ricerche sulla membrana cellulare hanno precorso la nuova scienza dell’epigenetica e hanno fatto di Lipton una delle voci più note della nuova biologia
(Bruce Lipton   – “La biologia delle credenze – come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula”)

 

 

“La genetica non può prevenire i tumori
E’ il parere di Bert  Vogelstein: pionieri degli studi sul genoma del cancro: sequenziale il DNA delle cellule tumorali non permette di prevenire lo sviluppo di neoplasie.
È considerato uno degli ambiti di ricerca più promettenti della medicina, coinvolgendo decine di migliaia di medici e scienziati in tutto il mondo, tra istituti pubblici e privati, soprattutto in America.
È la genetica del cancro, che da  settore di studio teorico sta cercando negli ultimi anni di sfornare soluzioni pratiche soprattutto per la prevenzione dei tumori.  Sappiamo da tempo che i tumori hanno un’origine genetica. E da quando il genoma umano è stato decifrato, milioni di persone in tutto il mondo hanno iniziato a sperare nella scoperta di una prossima cura.
Ma  ora Bert Vogelstein, uno dei pionieri della ricerca genetica sul cancro, ha rilasciato affermazioni che hanno l’effetto di una doccia fredda: “Sarebbe bello se fossimo in grado di determinare chi avrà o meno il cancro attraverso il sequenziamento del loro DNA, ma la realtà è che non ci riusciremo”.
L’uomo che svelò il genoma dei tumori :  Bert Vogelstein
Affermazioni pesantissime rilasciate lo scorso aprile a una importante conferenza di genetisti a Chicago e rilanciate dal New York Times e da Science. Certo, molti altri ricercatori hanno fatto dichiarazioni simili nel corso degli anni, senza ottenere grande  eco da parte della stampa. Ma Vogelstein è diverso. Dopo aver studiato matematica, si iscrisse alla prestigiosa scuola di medicina della John Hopkins University e divenne un oncologo pediatrico. La frustrazione accumulata negli anni di fronte alla necessità di dover informare i genitori che i loro bambini avevano un tumore lo spinse a dedicarsi alla ricerca.
Dopo alcune importanti scoperte realizzate dal suo gruppo alla fine degli anni ’80, ottenne un finanziamento dal National Cancer Institute. Negli anni successivi conseguì risultati rilevantissimi nello studio di come la mutazione di un gene possa portare allo sviluppo di cellule tumorali. E nel 2006 portò a termine il primo sequenziamento dell’esoma di una cellula tumorale, cioè la parte di genoma che regola la produzione delle proteine .Il gruppo di ricerca guidato da Vogelstein, che riunisce alcuni dei migliori genetisti del cancro in circolazione, e attrae numerosi finanziamenti privati, continua le sue promettenti sperimentazioni, ma sta gradualmente abbandonando il tradizionale approccio per lo sviluppo di strumenti capaci di prevenire i tumori attraverso il sequenziamento del DNA.
La mappatura degli esomi di diversi tumori – quello al seno, al colon e successivamente del glioblastoma – ha portato alla scoperta di nuovi oncogeni, geni cioè che attraverso la sintesi di proteine portano le cellule a sviluppare neoplasie. Ma da qui a poter utilizzare queste analisi per sviluppare dei sistemi di prevenzione, ce ne corre.

I  geni non sono tutto

Il sequenziamento del genoma diventerà presto routine, ma potrebbe rivelarsi inutile ai fini della prevenzione del cancro.
Il fatto è che per la maggior parte delle persone il rischio di sviluppare un tumore a causa del DNA ereditato è minimo se non inesistente.

Per essere più precisi, la percentuale di persone che sviluppa un tumore perché il loro DNA possiede delle mutazioni, frutto di un’errata trascrizione del genoma dei loro genitori, è inferiore al 10% del totale.
In quei casi – e solo in quei casi – è possibile, e in futuro sarà anche facile, identificare presto questi geni mutanti attraverso il confronto con un DNA normale. E sicuramente sarà possibile che le future cure genetiche mirate, in alcuni casi già in fase avanzata di trial clinico, permettano di risolvere il problema attraverso la soppressione degli oncogeni. Ma la verità che tutti conosciamo bene è che i tumori sono prodotti, nella maggior parte dei casi, da fattori esogeni. Fattori ambientali, come l’inquinamento o agenti chimici cancerogeni che finiamo per respirare; il fumo delle sigarette; l’alcol e l’obesità; e altri fattori che la scienza al momento ignora, o sui quali non c’è ancora unanimità di vedute.
“I geni non sono tutto”, sostiene Vogelstein. L’unico modo che abbiamo al momento per ridurre il rischio di sviluppare un cancro è sottoporci a screening periodici e condurre uno stile di vita sano e regolare. “La società è fissata sulla necessità di curare gli stadi avanzati del cancro. Si considera un successo anche solo ridurre il tumore dei pazienti per qualche mese”. Questo porta a sottovalutare i risultati compiuti nella ricerca di base, che solo dopo decenni può riuscire a sviluppare ritrovati con effetti diretti sui malati. La genetica del cancro ha promesso molto, ma non è detto che riesca a realizzare tutte le sue promesse, sostiene lo scienziato. Ciò non vuol dire affatto che il cancro sia incurabile: solo che la prevenzione attraverso il sequenziamento del genoma potrebbe molto probabilmente non essere la soluzione. Ma lui e la sua équipe, che oggi hanno a disposizione un moderno laboratorio a Baltimora, nel Maryland, continuano a lavorare spinti da quello che Vogelstein chiama “l’impellente desiderio di svuotare le cliniche dall’altra parte della strada”.
(dal sito scienze.fanpage.it – “la genetica non può prevenire i tumori” di  Roberto Paura   – 24-7-2012)

L’articolo  suindicato evidenzia che esistono oltre ai   “ fattori ambientali, come l’inquinamento  o agenti  chimici cancerogeni  che finiamo per respirare; il fumo delle sigarette; l’alcool e l’obesità” anche “altri fattori che la scienza al momento ignora, o sui quali non c’è ancora unanimità di vedute”:   la mancanza di unanimità di vedute riguarda soprattutto l’influenza della psiche  sulle cellule.  Filosofi  della scienza ora affermano che la malattia è un unicum   e che le cause  possono  essere  anche psichiche.

“Scoperta shock per gli scienziati della Washington University: i ricercatori americani hanno “mappato” il DNA del cancro in 50 donne malate di carcinoma mammario e hanno scoperto ben 1.700 mutazioni, quasi tutte “uniche” nel senso che quelle che ricorrono frequentemente sono solo 5. CONCLUSIONI: OGNI PAZIENTE  E’ UNA STORIA A SE’
La notizia è stata divulgata dall’agenzia AdnKronos: ogni TUMORE HA UN IDENTIKIT UNICO proprio come ogni persona è diversa dall’altra e lo è nei genomi (ossia nel “materiale genetico” ereditabile) come nelle impronte digitali. Personalizzare le cure sarà impresa sempre più titanica, ma NECESSARIA
Che ogni cancro fosse diverso dall’altro gli oncologi lo avevano capito da tempo. Eppure è stato ugualmente «uno shock» per l’èquipe americana scoprire che le affinità fra un tumore e l’altro si limitano a un pugno di mutazioni ricorrenti: sostanzialmente 5. I ricercatori guidati da Matthew Ellis, nel più grande studio di genetica dei tumori mai condotto finora, sono riusciti a mappare per intero il genoma del cancro al seno in 50 malate, confrontando il Dna tumorale con quello ottenuto da cellule sane delle stesse pazienti.
Un lavoro immane che ha coinvolto oncologi, patologi e genetisti. Insieme, hanno passato in rassegna oltre 10 “trilioni” (10 mila miliardi) di mattoncini (basi) che compongono il Dna, ripetendo ogni opera di sequenziamento (sia sul genoma sano che su quello malato) per 30 volte a paziente.
Nei tumori analizzati sono state individuate oltre 1.700 mutazioni, in
stragrande maggioranza uniche, ossia presenti soltanto in una paziente. I risultati sono stati presentati a Orlando, Florida, dove si è aperto ieri il 102esimo meeting annuale dell’American Association for Cancer Research (Aacr).
I campioni di Dna sono stati ottenuti da pazienti arruolate in uno studio clinico guidato da Ellis per l’American College of Surgeons Oncology Group. In tutte le malate, il tumore è risultato positivo al recettore degli estrogeni. Significa che, legandosi a questi ormoni, la neoplasia cresce e si espande.
Per ridurne le dimensioni facilitando l’asportazione del tumore, ogni paziente ha ricevuto prima dell’intervento chirurgico una terapia antiestrogenica, ma gli scienziati hanno osservato che solo 26 tumori su 50 rispondevano alla cura.
Apparentemente la neoplasia era uguale (ER+, cioè positiva ai recettori degli estrogeni), ma la stessa terapia funzionava soltanto in una paziente su due.
In linea con quanto emerso da ricerche precedenti, Ellis e colleghi hanno confermato che due mutazioni sono comuni a buona parte delle pazienti: la mutazione del gene PIK3CA era presente nel 40% circa delle malate del campione, mentre quella del gene TP53 nel 20%. Gli studiosi hanno identificato una terza mutazione, comune al 10% circa delle pazienti: quella del gene MAP3K1 che regola i meccanismi del cosiddetto “suicidio cellulare”, in base al quale le cellule malate tendono ad autoeliminarsi. Ma appena altre due mutazioni – ai geni ATR e MYST3 – ricorrevano in percentuali simili a MAP3K1. «Scoprire che erano così poche è stato uno shock»,
confessa Ellis.
Oltre alle 5 mutazioni più o meno ricorrenti, il team di scienziati
americani ha identificato altri 21 geni che apparivano mutati in un numero significativo di pazienti del campione, ma con frequenze decisamente inferiori al 10%. Nonostante questa relativa rarità, i ricercatori ritengono comunque importanti queste mutazioni. Considerando infatti che «il tumore al seno è molto comune – spiega Ellis – anche le mutazioni che ricorrono con una frequenza del 5% finiscono per coinvolgere un gran numero di donne».
Non solo. Alcune mutazioni genetiche che nel cancro al seno sono rare, possono essere invece diffuse in altri tipi di neoplasie. Tanto che potrebbero già essere disponibili farmaci disegnati ad hoc per contrastarle. L’obiettivo ideale da raggiungere, puntualizza tuttavia Ellis, è quello di mettere a punto “a tavolino” trattamenti specifici al bersaglio, sequenziando il genoma tumorale non appena il cancro viene diagnosticato.
La prima conclusione che gli autori del maxi-studio si sentono di trarre
è che «i genomi tumorali sono straordinariamente complicati, e questo spiega la nostra difficoltà nel prevedere i risultati delle nuove terapie».
«Il traguardo più vicino – aggiunge il coordinatore della ricerca – è usare le informazioni ottenute per definire un approccio terapeutico personalizzato per ognuna di queste pazienti». Infine, una consolazione: «Se non altro – riflette Ellis – abbiamo tracciato dei limiti alla complessità del problema. Guardare al telescopio e capire per quanto si estende l’universo non è facile, mentre ora sappiamo che l’universo del cancro termina dove finisce il genoma». UN PROBLEMA GRANDE COME IL DNA UMANO. Non resta che rimboccarsi le maniche.           (dal blog di Gioia Locati – Scoperta  shock: in cinquanta DNA di cancro al seno 1700 storie diverse)

 

NEUROSCIENZE

“ Bastano  cento millisecondi al nostro cervello per capire se lo sconosciuto che ci sta davanti merita  fiducia.  Fin dai primissimi istanti di una visita, come due cani che incontrandosi si annusano, i cervelli di  medico e paziente  si scrutano vicendevolmente  attraverso  meccanismi consci e inconsci  e gettano le basi per  un’interazione  che potrà avere effetti   positivi e negativi molto maggiori di quel che si pensa. E ciò può  anche dare origine  all’illusione di essere curati mentre invece si sta ricevendo solo conforto e acqua fresca. Anche quando la malattia non è immaginaria, l’immaginazione gioca un ruolo importante nel processo di guarigione.  Non basta offrire la giusta terapia:  per star meglio il malato ha bisogno di speranza, aspettativa e di un buon rapporto con il medico. Una relazione fatta di stima, conforto e comprensione i cui effetti sono così benefici che spesso il paziente rischia di preferirli a una reale cura. Fin dalla prima impressione la mente del paziente inizia a modificarsi. Oltre al senso di fiducia, contano i gesti del terapeuta, il tono e l’assertività delle sue parole, l’incoraggiamento verbale, la promessa di un miglioramento. Tali emozioni provocano infatti la liberazione di un gran numero di neurotrasmettitori, come gli oppioidi naturali, e l’attivazione di aree cerebrali e  circuiti neuronali alla base di fiducia, speranza, empatia  che possono generare sensazioni di piacere e gratificazione capaci di ridurre il dolore e che in alcuni casi sono parzialmente in comune con il meccanismo d’azione di certi farmaci,e dunque lo possiamo modulare e potenziare.  Una volta che il malato riceve la terapia, nel suo cervello entrano anche in azione i meccanismi dell’aspettativa e dell’effetto placebo che in alcuni casi si sono mostrati pure capaci di risvegliare una più efficace risposta ormonale e immunitaria.
Studi scientifici hanno mostrato che, curando l’interazione col paziente e lo stato d’animo del malato, si può accelerare la guarigione o far sopportare meglio il dolore in svariate malattie, dal Parkinson fino alle ustioni, dalle patologie coronariche alla depressione.  In altre parole, il puro rituale di ricevere una terapia, indipendentemente da questa, può avere un effetto potente che va ad aggiungersi e a potenziare quello del trattamento. Ma può anche confondere le idee al malato. Esemplificativo uno studio sul prezzo delle medicine che più alto era, a parità di sostanza, più elevato era il beneficio percepito. O il caso della psicoterapia dove la buona intesa tra medico e paziente sembra essere la terapia stessa, visto che il beneficio misurato è il medesimo indipendentemente dai 400 tipi diversi di trattamento disponibili. Fino dalla notte dei tempi, del resto, troviamo stregoni, sciamani  e altri ciarlatani. Il rischio, oggi che esistono anche terapie efficaci, è che i pazienti le trascurino solo perché i medici non sono in grado di fornirgli anche i benefici del “rito”.
“Non solo i medici devono preoccuparsi di acquisire buone capacità tecniche, ma devono anche rafforzare le loro abilità sociali”, afferma il fisiologo Fabrizio Benedetti nel suo recente saggio “The patient’s brain: The neuroscience behind the doctor patient relationship” in cui esplora la relazione medico-paziente da un punto di vista neurobiologico.
Benedetti  dirige un laoratorio presso l’istituto nazionale di neuroscienze di Torino che il New England Journal of Medicine ha definito il più importante al mondo per gli studi dell’effetto placebo.
Il quadro che emerge è di ricerche ancor troppo settoriali per dare una spiegazione complessiva e sintetica del fenomeno. Ma se ne possono già ricavare una serie di consigli. Ovvi, forse, ma dall’efficacia scientificamente provata. Se da un lato il paziente deve mettersi nelle condizioni di fidarsi e sperare, e deve tenere conto che fattori psicologici come ansia, depressione e rabbia esacerbano la sofferenza, dall’altro lato il medico deve mostrarsi empatico e compassionevole, rassicurante e amichevole. Fondamentale la fiducia e creare aspettativa: esperimenti condotti su malati che non sapevano di essere curati hanno mostrato una  riduzione dell’efficacia del trattamento. Mai negare la speranza. Anche se il malato non guarirà, sarà ridotta la sofferenza”   (dall’inserto domenicale del “Il sole24ore” del 3-11-2011: “Le sinapsi del medico nel paziente” Lara Ricci)

“L’effetto placebo: così inganna la nostra mente
Fabrizio Benedetti,  docente di fisiologia all’Università di Torino e consultant al National Institute of Health a Bethesda (USA) e alla Mind-Brain-Behavior Initiative della Harvard University, dedica gran parte della sua attività alle ricerche sull’effetto placebo. Di che cosa si tratta? Lo scopriamo insieme a lui e per chi desiderasse approfondire l’argomento il professor Benedetti parlerà di effetto placebo domenica 20 aprile alle ore 18:00 presso il molo IV di Trieste in occasione di FEST 2008, la seconda edizione della Fiera Internazionale dell’editoria scientifica.

Professor Fabrizio Benedetti quali sono le origini del termine placebo e che cosa significa esattamente?
Placebo deriva dal verbo latino placere, che letteralmente significa “io piacerò”. In ambito medico si riferisce a qualsiasi sostanza inerte, ossia priva di capacità terapeutiche intrinseche, capace di migliorare le condizioni cliniche del paziente e quindi avere su di lui un effetto piacevole. Gli esempi più conosciuti di sostanza placebo sono la zolletta di zucchero e il bicchiere d’acqua fresca. Grazie al placebo è possibile testare l’efficacia di un nuovo farmaco. Ciò avviene all’interno di trial clinici così organizzati: i pazienti sanno che possono ricevere il trattamento farmacologico o la sostanza placebo con una probabilità del 50 per cento e, prima della fine dello studio, né i medici né i pazienti sanno chi ha assunto il vero farmaco. Il nuovo trattamento farmacologico è considerato efficace se ha sui pazienti un effetto migliore del placebo.

È  possibile  estendere il concetto di placebo anche a trattamenti diversi da quelli farmacologici?
Certo. Esistono “strumenti placebo” e “interventi chirurgici placebo”. Nel primo caso, si tratta di strumenti lasciati spenti e quindi non realmente utilizzati, come una macchina a ultrasuoni, nel secondo caso, il medico anestetizza il paziente, accede alla parte malata, per esempio aprendo il cranio o il torace, ma non interviene su di essa.

Che cosa si intende per “effetto placebo”?
Per effetto placebo si intende tutto ciò che accade nel paziente dopo aver assunto un placebo.
Poiché una zolletta di zucchero o un bicchiere d’acqua non possono improvvisamente acquisire poteri terapeutici, l’effetto placebo è un inganno della nostra mente?
Direi proprio di sì e dipende dal contesto psicologico e relazionale in cui il paziente si trova. In questo contesto il medico curante gioca un ruolo fondamentale perché è in grado di convincere il paziente che il farmaco che sta per assumere lo farà stare meglio. Numerosi trial clinici dimostrano che uno stato emotivo tranquillo e fiducioso è accompagnato da una maggior efficacia dei trattamenti farmacologici. L’effetto placebo, quindi, è un fenomeno psico-biologico in cui l’innescarsi di un nuovo stato emotivo determina precisi cambiamenti all’interno del nostro cervello.
Quali sono i meccanismi fisiologici più noti?
Sono due: i meccanismi tipicamente cognitivi e quelli totalmente inconsci.
Nei primi la coscienza gioca un ruolo fondamentale poiché la risposta a un trattamento dipende dalle aspettative che il medico riesce a creare nel paziente. Non è un caso che nei malati di morbo di Alzheimer, i cui processi cognitivi sono compromessi, l’effetto placebo è molto ridotto.
Nei meccanismi inconsci, come la secrezione ormonale o l’attività del sistema immunitario, l’effetto placebo si innesca dopo una fase di “condizionamento” in cui il paziente impara ad associare il trattamento (per esempio l’assunzione di una compressa tonda e bianca contenente il principio attivo) alla scomparsa di un sintomo, quale il dolore fisico. Se dopo la fase di condizionamento il medico somministra al paziente un trattamento identico ai precedenti ma privo di principio attivo l’effetto terapeutico non cambia.

Lei ha parlato di chirurgia placebo, una modalità di intervento piuttosto invasiva nei confronti del paziente. Ci può dire qualcosa in più al riguardo?
La chirurgia placebo è entrata a far parte della pratica clinica negli anni Cinquanta, dopo la pubblicazione di due studi americani sull’angina pectoris, un dolore toracico provocato da una insufficiente irrorazione del muscolo cardiaco. In alcuni casi i chirurghi operarono il malato secondo la prassi di quegli anni, in altri fecero l’anestesia, aprirono il torace e lo richiusero senza intervenire sui vasi sanguigni. La chirurgia placebo dimostrò che non era l’intervento in sé a migliorare la circolazione cardiaca, ma la fiducia che il paziente vi riponeva.
Oggi la chirurgia placebo coinvolge molti ambiti, ma ha un occhio di riguardo per la neurochirurgia, in particolare per la stimolazione cerebrale profonda e l’impianto di cellule fetali dopaminergiche per il trattamento della malattia di Parkinson. Ad ogni modo, qualunque sia l’ambito, i protocolli di questi studi devono essere valutati e approvati dai comitati di bioetica.

Professor Benedetti, in base alla sua esperienza diretta, quali applicazioni cliniche possono avere gli studi sull’effetto placebo?
La mia esperienza mi porta a considerare principalmente tre tipi di applicazione. La prima riguarda la metodologia dei trial clinici e consiste nel capire in che modo e in che misura l’effetto placebo può interferire sulla reale efficacia terapeutica del farmaco. A oggi, questo è ancora un punto irrisolto.
La seconda applicazione riguarda il ruolo e le potenzialità della relazione medico–paziente. Fino a che punto la sola idea di prendere una compressa è in grado di migliorare lo stato di salute del malato? A tale proposito, la letteratura scientifica dimostra che se un medico somministra all’insaputa del paziente un farmaco, l’effetto terapeutico di quest’ultimo può ridursi a zero perché non si attiva alcun effetto placebo.
In terzo luogo, sfruttando i meccanismi del condizionamento è possibile ridurre l’assunzione di farmaci che hanno effetti collaterali gravi, come la morfina. Si procede somministrando la sostanza per qualche giorno e poi se ne riduce drasticamente il dosaggio sostituendola con un placebo, senza che il paziente ne risenta.

Lei ha  studiato gli effetti dei meccanismi di condizionamento con la morfina negli sportivi. Ce ne può parlare?
La morfina agisce attivando i recettori oppioidi delle cellule cerebrali, bloccando la percezione del dolore a livello periferico e non facendo sentire lo sforzo fisico. I miei colleghi e io abbiamo realizzato un modello sperimentale che simulava una competizione sportiva e analizzato quali effetti poteva avere sugli atleti un condizionamento con la morfina. Lo studio è stato pubblicato nell’ottobre del 2007 su The Journal of Neuroscience ed è stato ripreso anche dal settimanale inglese The Economist. I dati che abbiamo raccolto dimostrano che l’atleta che si sottopone a un periodo di condizionamento con la morfina (due somministrazioni a distanza di una settimana l’una dall’altra) e il giorno della gara, a sua insaputa, riceve al suo posto una sostanza placebo, mantiene le stesse prestazioni delle settimane precedenti. Entro il 2008 Oxford University Press pubblicherà un suo libro. Ci può accennare di cosa si tratta?
Nel libro descrivo la mia sfida di oggi e del prossimo futuro: capire in quali situazioni, patologiche e non, e in che fasi della loro evoluzione si verificano effetti placebo. Studi sul condizionamento, come quello appena citato, ne sono un esempio concreto.
(dal sito INN – Istituto Nazionale  Neuroscienze –  intervista a Fabrizio Benedetti di Elisa Frisaldi)

“Il più vecchio e spettacolare episodio di  alternanza, nella stessa persona, di un effetto placebo e del suo contrario nocebo, pubblicato nella letteratura scientifica, è quello descritto nel 1957 da Bruno Klopfer, psicologo tedesco.  Un signore di nome Wrigth, affetto da un tumore a uno stadio avanzato, chiese al suo medico curante di essere trattato con un farmaco sperimentale. Dopo un’unica iniezione “il tumore si sciolse come una palla di neve su una stufa bollente” scrisse il medico nella cartella clinica.  Poco tempo dopo, il signor Wright, ormai ristabilito, lesse casualmente un articolo che parlava dell’inefficacia di quel farmaco nei tumori.  Wright peggiorò di lì a pochi giorni. Agli esami presentò metastasi.  A quel punto il medico iniettò al paziente dell’acqua raccontandogli di aver ricevuto una nuova versione del farmaco stavolta  efficace. Le metastasi scomparvero! Non sappiamo come andò a finire la storia di Herr Wright, ma sappiamo che negli ultimi cinquant’anni sono stati pubblicati più di cento lavori clinici e sperimentali per cercare di comprendere ciò che è incontrovertibile: il manifestarsi di effetti positivi o negativi nella fisiologia di una persona che ha ricevuto acqua fresca credendo fosse un farmaco, oppure che è stato oggetto di buone o cattive parole.
Martina Amanzio, della Facoltà di Psicologia di Torino, e Fabrizio Benedetti, anche lui torinese e autorità internazionale sul placebo, rivedendo gli studi che hanno testato i farmaci anti-emicrania, hanno registrato che nel gruppo placebo la frequenza di effetti avversi è elevata, cosa che non dovrebbe accadere con l’assunzione di pillole inerti; ma la parte più intrigante della storia è che gli effetti avversi sono gli stessi del farmaco testato. E cioè, negli studi che hanno testato i farmaci anticonvulsivi, il gruppo placebo ha mostrato anoressia e disturbi della memoria, i tipici effetti avversi degli anticonvulsivi. Così, negli studi che hanno testato gli antiinfiammatori non steroidi (i Fans), gli effetti avversi prevalenti sono stati nausea e disturbi gastrointestinali, tipici di questi farmaci.
La spiegazione di questo fenomeno è da ricercare nelle aspettative delle persone, che sono state (correttamente) informate sui possibili effetti collaterali dei farmaci: l’informazione e l’aspettativa hanno prodotto la peculiarità dei sintomi. Ma non è solo questione di aspettativa.  Il primo studio sugli animali che ha mostrato l’influenza di un placebo sul sistema immunitario è stato quello di Robert Ader, pioniere della psiconeuroendocrinoimmunologia:  nel 1975 egli dimostrò che ratti condizionati dall’assunzione di saccarina combinata con un potente immunosoppressore (ciclofosfamide) anche quando ricevevano solo saccarina manifestavano i segni dell’immunosoppressione. Ci sono quindi forme di condizionamento che non arrivano alla coscienza e che comunque producono effetti. Anche per questo c’è interesse per un possibile uso clinico dell’effetto placebo.
Benedetti ha dimostrato che è possibile produrre un effetto placebo positivo in malati di Parkinson, prolungando gli effetti dei farmaci con pillole placebo, oppure in sportivi, prolungando, con gli stessi mezzi, gli effetti di uno stupefacente. Ma che accade nel nostro cervello?
L’applicazione delle tecniche di neuroimmagine ha dimostrato l’esistenza di una doppia via: una per il placebo e l’altra per il nocebo. La prima attiva il cosiddetto circuito del premio e del piacere, la seconda quella dell’ansia. La prima si basa sull’attività della dopamina e degli oppioidi, la seconda su quella della colecistochinina.                                                                                                               (Francesco Bottaccioli – “Placebo e Nocebo, il potere della mente” articolo pubblicato su “Repubblica” 9-2-2010 inserto “Salute” pag. 38 -  sito simaiss)

Si può facilmente immaginare quale effetto nocebo possa procurare ad alcuni la diagnostica di tumore-cancro o  simili,  soprattutto quando viene detto loro  il probabile  restante periodo di vita.

“L’effetto placebo è un fenomeno ampiamente studiato negli ultimi anni. Quasi assente dalla letteratura scientifica è, invece, la sua controparte negativa, l’effetto nocebo. Ora un gruppo di ricercatori guidato da Winfried Häuser della Technical University di Monaco  ha esaminato gli studi presenti su  PubMed  relativi a questo fenomeno, per scoprire le ricadute che potrebbe avere sulla pratica medica.
L’effetto nocebo è  definito dai ricercatori, sulle pagine di Deutsches Arzteblatt International, come la comparsa di un sintomo avverso causata da un trattamento inerte (un farmaco privo di effetto) o dall’influenza di aspettative negative rispetto a una terapia.
Una risposta del genere può avvenire, ad esempio, quando il medico informa un paziente delle possibili complicazioni di un certo trattamento, o quando si assume un farmaco di cui, ovviamente, si conoscono gli eventuali effetti collaterali. In questi casi, l’aspettativa dell’effetto avverso può creare una percezione negativa del trattamento nel paziente e innescare il rilascio di alcuni neurotrasmettitori, come la dopamina o alcuni oppioidi endogeni, di cui è stato dimostrato il coinvolgimento in risposte nocebo, come l’iperalgesia (percezione eccessiva del dolore) indotta dall’ansia.
Secondo Häuser, questo effetto rischia di mettere i medici di fronte a un serio dilemma etico. Se da un lato, infatti, sono obbligati a comunicare ai pazienti tutti i possibili effetti collaterali di una terapia, il loro compito è anche quello di minimizzare i rischi derivanti dall’intervento medico, e quindi anche di evitare di scatenare risposte nocebo influenzando involontariamente il paziente.
Per risolvere il problema, i ricercatori suggeriscono due possibili soluzioni. La prima è di prestare maggior attenzione alla comunicazione tra medico e paziente, cercando ad esempio di enfatizzare la tollerabilità delle misure terapeutiche proposte. Una soluzione alternativa, più radicale, potrebbe essere quella di richiedere al paziente il permesso di tacere completamente i possibili effetti collaterali delle terapie che gli vengono proposte.”   (Simone Valesini -    Il dilemma etico dell’effetto nocebo –19-7-2012 – galileo.net)

“Parole che curano, parole che ammalano:
Il professore entra veloce in una stanza. Ha fretta, lo stanno aspettando a lezione. In piedi, davanti al paziente seduto, esordisce: “Buongiorno signor Grimaldi, non andiamo bene. Ecco il referto della coronarografia: lei fino ad ora è vissuto con una bomba a tempo in mezzo al petto! Verrà operato prima possibile”. Quale sarà l’effetto di una comunicazione di questo tipo sui circuiti cerebrali del malcapitato? Presumibilmente verrà attivato il circuito nocebo con, da un lato, una forte sollecitazione dell’asse dello stress con sovrapproduzione di cortisolo, noradrenalina e adrenalina; dall’altro, la notevole quantità di colecistochinina liberata produrrà un acuto stato d’ansia. I correlati di questi  due fenomeni   saranno:  aumento dell’infiammazione e alterazione dell’attività immunitaria. Eventi che il cardiochirurgo teme fortemente per le possibili complicazioni intra e post-operatorie, ma a cui, con quell’uscita, ha dato una buona mano. … Se la preoccupazione per la diagnosi viene contrastata da una forte rassicurazione di accudimento e di competente presa in carico non della parte del corpo ma della persona, nel cervello, presumibilmente, si attiverà il circuito della ricompensa, con buone influenze sul sistema immunitario, che è la principale assicurazione contro la mortalità da tumore. C’è una crescente attenzione nella letteratura internazionale alla comunicazione medica, per l’evidenza della sua rilevanza terapeutica, ma la strada appare ancora lunga”    (f.b. –sito. simaiss)

“  Jack Gallant  dirige un laboratorio  all’Università di Berkeley – California, nel quale studia struttura e funzione del sistema visivo, attraverso esperimenti con volontari di cui registra l’attività cerebrale con vari mezzi e poi con tecniche statistiche estrae configurazioni significative dal rumore di fondo. Fin qui, la routine, ma ha un’ambizione  in più: crea modelli astratti,.
Per ora simulazioni semplificate del cervello, per saggiare ipotesi, fare previsioni e dare alle neuroscienze una teoria verificabile o falsificabile i modelli interpretano correttamente attività e dati reali. È probabile che diventino presto strumenti diagnostici, identifichino la disfunzione da risanare e l’efficacia o meno delle terapie. Sapranno interpretare pensieri, volontà, intenzioni? E attraverso un’interfaccia, un decoder della mente, trasferirle a protesi, computer, robot, altre persone?
Oggi, rozze interfacce aiutano alcuni pazienti paralizzati a interagire un po’ con il mondo circostante. I risultati sono ancora limitati ma, dice Gallant, «in teoria è possibile decifrare i neuroni» e quindi leggere il pensiero. Si è cominciato dall’alfabeto: nel dicembre 2007, la rivista «Neuron» riportava in copertina i caratteri del suo nome, visualizzati mentalmente da volontari giapponesi e registrati con la risonanza magnetica (RMI). Gallant racconterà i progressi compiuti da allora, impressionanti. Ed esistono già applicazioni lucrose. Il neurologo indiano C.R. Mukundan ha brevettato il programma informatico Beos con il quale nel 2008 ha portato in tribunale la prima “prova scientifica” che la studentessa universitaria Aditi Sharma era complice dell’omicidio dell’ex-fidanzato. Nel suo encefalogramma, Mukundan aveva identificato «conoscenza esperienziale» dei preparativi e la giovane è stata condannata al carcere a vita.
Mukundan ha ormai una sessantina di processi al suo attivo, aziende americane come Cephos nel Massachusetts e No Lie-RMI in California vendono alla polizia e ai privati i risultati di analoghe macchine della verità. Il prezzo varia dai 5 a 35mila dollari, sempre meno di un’indagine giudiziaria. Chi vuol sapere cosa pensa Jack Gallant di queste prove non ha bisogno di leggergli nel pensiero: può chiederglielo direttamente sul sito del Brainforum o su Facebook.”
(Sylvie Coyaud “Leggere nella mente degli altri” – inserto domenicale del “Il sole24ore” 3-4-2011)

 

“ Penso dunque siamo –
Amsterdam. Laboratorio di psicologia.  Sotto la guida del professor Ap Dijksterhuis, un gruppo di volontari si sottopone a un esperimento.  In una stanza, vengono presentate a una parte del gruppo le esperienze, le biografie, i pensieri di alcuni professori  universitari; agli altri, raccolti in un’altra stanza, vengono mostrate immagini e storie di hooligan, tifosi di calcio vocianti, alticci e violenti.  Dopo questo trattamento, a tutti i partecipanti viene somministrato un questionario con domande di cultura generale. Il risultato sfida il senso comune: chi era stato nella stanza dei professori risponde meglio di chi era stato nella stnza degli hooligan.
Com’è possibile? Che cosa c’entra la dinamica di gruppo attivata per mezzo di quelle presentazioni preliminari con la cultura generale delle persone coinvolte? La spiegazione è aperta. Si possono richiamare fenomeni  archetipici, alla Karl Gustav  Jung, uno dei padri della psicanalisi.  Oppure si può ricorrere ai quadri interpretativi  teorizzati da Daniel  Kahneman, psicologo e Nobel per l’economia.  Ma per il neuro scienziato Marco Iacoboni, la spiegazione potrebbe essere legata ai meccanismi cerebrali dell’imitazione e ai neuroni specchio.  Dijksterhuis allarga il discorso: “Dati empirici mostrano come l’imitazione possa renderci  lenti, veloci, intelligenti, stupidi, bravi in matematica, pessimi in matematica, sgarbati, gentili, logorroici, ostili, aggressivi, collaborativi, competitivi, conformisti, anticonformisti, conservatori…”.

Si direbbe,  insomma,  che il pensiero del gruppo, in qualche misura, influisca e condizioni il pensiero dell’individuo.

Il motto cartesiano si aggiorna:  “penso dunque siamo”.

Oppure “rifletto dunque ci conosciamo”.  Da molti anni  si parla di “intelligenza collettiva”, per richiamare, con una metafora, le conseguenze culturali dell’insieme di persone che collaborano attraverso internet a progetti che richiedono un lavoro cerebrale comune. I neuroni specchio però non sono una metafora: formano un sistema molto corporeo, che collega cervelli individuali. Una realtà che indica come la conoscenza avvenga, in un certo senso, per connessione.  Ora si può esplorare con metodo empirico l’esistenza di un”intelligenza collettiva”.  Anche quando scade nella “stupidità di gruppo”:  Iacoboni, nel suo libro “I neuroni specchio” non esita a mettere in relazione le scene di violenza viste in tv con i crimini commessi da persone troppo sensibili alle sollecitazioni di quel medium. Del resto  l’idea che i meccanismi del  cervello siano collegati a certe dinamiche politiche è al centro del saggio di Drew Westen, autore di  “La mente politica”.
Insomma:  un gruppo è davvero qualcosa di diverso dalla somma degli individui che lo compongono.  Evoluzione del meccanismo dell’imitazione, la conoscenza è un labirinto, di specchi appunto, nel quale il pensiero dell’individuo si forma nell’incontro con gli altri. Le parole sembrano insufficienti.  Non per nulla, teorizzando i neuroni specchio, Giacomo Rizzolatti e la sua équipe di Parma hanno trovato ispirazione nelle riflessioni del  fenomenologo  Maurice Merleau-Ponty.
Un incontro tra scienza e filosofia che dimostra come i campi di indagine perdano i tradizionali confini quando le ricerche conducono in territori mai percorsi.
E questa è un’esplorazione oltre l’abituale distinzione tra l’individuo e il gruppo:  dove conduce?  Di certo, mostra la valenza decisiva della rete delle persone, evocata da internet e sostanziata dalle connessioni cerebrali tra gli individui.
La cultura occidentale è insufficientemente consapevole delle conseguenze di  tutto questo.

Problema che si complica con la crescita vorticosa delle reti che collegano le persone, che moltiplicano esponenzialmente le relazioni. Nota Clay Shirky nel suo Uno per tutti, tutti per tutti (Codice 2009): in un gruppo di 5 individui si sviluppano 10 relazioni; 45 tra 10 individui e 105 tra 15 individui.  Controintuitivamente, l’intelligenza non è solo nei cento miliardi di neuroni di ciascuno, ma soprattutto nelle decine di migliaia di sinapsi che li collegano in un cervello, come nelle migliaia di connessioni tra diversi cervelli, moltiplicate e trasformate da internet e dai cellulari.  Ci rendiamo ormai conto che la conoscenza è la materia prima di maggior valore e abbiamo un motivo in più per ritenere che il modo in cui educhiamo le menti individuali e coltiviamo la qualità intellettuale dei contesti nei quali i gruppi di persone lavorano e socializzano è l’investimento di maggiore importanza possibile.
(Luca De Biase – “Penso dunque siamo” – “Ilsole24ore” –Nova- 26-3-2009)